|
Il lago dei Teti è un racconto ispirato da una serie di psicoplays e presentato in forma di reading al convegno dell'Associazione Psicologia e Letteratura nell'aprile del 2000. Il testo è stato pubblicato sul "Giornale Storico di Psicologia Dinamica" che ringraziamo per la pubblicazione sul web acclusa a questa page.
"Il lago dei Teti" è un racconto breve che ha dato vita a un socio-play. Protagonista, lo psicoanalista Leo che, stanco di sistemare e interpretare comodamente le storie altrui, decide di invertire i ruoli tra psicologia e letteratura. I fili di questa trama sono quattro: psicoanalisi e amore, buddhismo e pappagalli. Sullo sfondo c'entrano pure un cimiterino di montagna e la Rai di Saxa Rubra.
E' doveroso ricordare che ogni riferimento a fatti o persone viventi è puramente casuale. Del resto, come psicologi, sappiamo bene che ogni evento apparentemente reale della nostra vita è sempre immaginato e messo in scena dal narratore nascosto in noi. I nostri pazienti danno ragione al signor De Montaigne: le circostanze forniscono la materia, l'anima poi ne fa ciò che vuole.
Clinica Santa Rita. Mattina di luce. Mio padre, il CIA (Commendatore-Ispettore-Amministratore) è a letto, circondato da cuscini. Ha un po' di febbre e gli faccio compagnia, ma preferirei essere con i miei pazienti per riposarmi col lavoro. "Tu sei l'architrave della casa mia, sospira". "Invece tuo fratello, con tutto che è un vero dottore, mi delude molto. Ti pare possibile che io sto qui solo, col femore rotto, e quello non è ancora arrivato? Che la tiene a fare la Mercedes?".
Gli ricordo che mio fratello vive a Bari e da tre anni rinuncia alle sue vacanze per seguire i ricoveri dei genitori.
Il CIA scuote la testa."Ma non ci prende sul serio. Un medico non si comporta così: quando gli dico che vostra madre sta male e perde colpi, lui minimizza. Quello butta tutto a ridere".
"Ovvio. E' un meccanismo di difesa".
"Sono io che mi difendo. Lui è offensivo", dice mio padre col dito alzato. "E poi non sa educare il figlio: quel bambino è una vera peste".
In realtà Giovanni junior è Mercurio puro. Fa sparire da qualunque ambiente ogni mazzo di chiavi su cui riesce a mettere le mani. Ma il sintomo compensa quello del CIA che fa sparire ogni ambiente di cui riesce ad avere le chiavi. Al mio nipotino non sfugge niente. Oggi ha chiesto a mio fratello: Papà, ma il nonno non ha figli?
"Giovanni", dice Giovanni senior, "andrebbe portato da un bravo psicologo".
"A proposito", chiedo, "le hai poi viste quelle cassette con gli psicodrammi che ho fatto in televisione?"
"Con calma", dice il CIA. "Con calma. Prima devo finire di vedere bene il teatro di Pirandello. Lo guardo la mattina insieme a Maria dopo che ha fatto la spesa ...
" E che c'entra?"
"Per Maria che è russa, Pirandello è un rebus: bisogna che le spieghi ogni lavoro parola per parola con la santa pazienza".
"Gesù! Ma così Maria esce pazza ... "
"Io a Torino, quando ero tenente, le ho viste tutte 'ste commedie dove c'era Paolo Stoppa per protagonista".
Sento un'onda improvvisa di commozione. "A Torino?"
"Eh sÌ", dice il CIA. "Al Carignano tenevano un palco riservato a noi ufficiali e bastava pagare l'ingresso. Perché a Torino la prosa è di casa".
Mi pare di aver già sentito questo racconto, da bambino. "Certo", mormoro, "d'inconscio è incredibile".
"Infatti ci credi solo tu: io non ci credo per niente", risponde il CIA.
"Ecco perché le cose più creative le ho sempre fatte a Torino, proprio al Carignano", dico. "Una parte di me immaginava che lì avrei trovato l'attenzione di mio padre".
"Va be' ma mò che c'entra? Quando tu hai fatto le cose tue, io al Carignano non ci sono venuto. Non stare sempre a fare un'analisi microscopica delle cose, appapà".
Pausa.
La mia immaginazione sta percuotendo il CIA con un libro di Kohut che parla di empatia e rispecchiamento. Ma Kohut non mi giova: mi sforzo di tornare all'attenzione. Mi appoggio al respiro. Ripasso mentalmente le sagge parole di Santideva sentite all'ultimo incontro di meditazione buddhista: La mia mente cerca guadagni, rispetto o fama O ancora vuole un pubblico e attenzione, Perciò rimango come un pezzo di legno ...
Il CIA mi guarda: "Come hai detto appapà?" "Niente. Non ho detto niente". Teto sta saltellando sul davanzale dentro la luce fresca che piove dagli alberi. Possibile che questo giovane pappagallo non senta il richiamo della natura? Gli ci vuole una lezione di volo: apro la finestra, gli do un bacio smack e lo lancio verso i rami della magnolia come un aeroplanino. Teto fa un volo in cerchio di due metri e torna subito indietro. Dice Ciaao! e mi si aggrappa col becco all'orecchio. Figlio di puttana. Il CIA si tira su allarmatissimo: "Fermo. Che fai? E se quel poveretto cadeva di sotto?"
"Come fa a cadere? E' un uccello. E poi sotto c'è il prato".
"Come sarebbe che è un uccello?"
"Non è mica un canguro", dico. "Bisognerà pure che si abitui a volare".
Il CIA scuote la testa. "Tu, appapà sei un irresponsabile!" grida. "Pensa se te l'avessi fatto io a te, da piccolo. Eppure l'educazione ve l'ho insegnata".
Teto alza la cresta e muove il collo su e giù per difendermi, ma mio padre crede che il cacatua stia dando ragione a lui e sorride. "Bravo, bravo", dice. "Lo vedi come è riconoscente con chi lo capisce?"
"Bravo Teto", ripeto io accarezzandolo. "Bacino, bacino, bacino ... dai, dai..." fa Teto.
"Insomma, Gianni, tu devi sapere che a una certa età, disponendo di maggior tempo, si amano gli animali". "A me piacevano pure da bambino ... "
"Ma che c'entra mò 'sta polemica, appapà?" protesta il CIA. "Io voglio solo dire che uno sta in pensione e ci si dedica agli animali. Punto e basta".
"Ottimo, papà", dico.
"Perciò quando vedo che dei ragazzacci uccidono i delfini, io mi dico: Ma è mai possibile?"
"I delfini? Come sarebbe?"
"l delfini. E come no", risponde il CIA. "Pensa che certi ragazzacci, l'estate, il cane, invece di portarlo in qualche bel posto, lo abbandonano. Ah, che vergogna! Auguro a tutti quei mascalzoni che, per andare in vacanza abbandonano il cane, di fare lo stesso tipo di villeggiatura". Delfini? Chi sono i delfini nell'immaginario di mio padre? E chi i ragazzacci? Strano. Il giorno che Fabio mi abbracciò e disse ‘Ho bisogno di aiuto, per favore aiutami ', andai a vedere un film su un ragazzo che salvava un delfino e mi commossi fino alle lacrime. Molto strano. Jung diceva che in certe famiglie qualcuno fa i sogni di un altro. Tiro fuori dalla tasca il registratore e prendo una nota: "Ore 11. Clinica. Delfini-Fabio-Jung: indagare".
Ed ecco che un'infermiera in carne e biondissima, entra nella stanza con una ventata di mimosa. Si accorge del cacatua. "Oh, che caruccio", dice. "Oh, che tesoro. Com'è grosso".
"Dai, dai, dai", gorgheggia il Teto.
"Ma Lei non è lo psicologo dei bambini?" dice. "Quello del primo canale?"
"Non dei bambini", scherzo. "Dei pappagalli".
"Cerca di fare la persona seria, appapà", mi riprende il CIA, "che sennò finisce davvero così".
Mimosa ride e si gira verso il letto con le mani chiuse a pugno. "La vuole la caramella, commendatore?" "Allora, su: alla mano di papà. Dove sta? Dove sta? Mano qui o mano qua?"
"Qui!" dice il CIA puntandola col dito.
"Bravo!" fa lei aprendo mano qui e nascondendo in tasca mano qua.
"Complimenti per il giochetto, signorina", dico. Mimosa gira dolcemente intorno al letto. "Se vuole, glielo faccio anche a Lei, dottore".
Mio padre scarta il bon-bon. "Dica un po', cara, ma è vero che per l'intervento mi faranno solo l'anestesia locale?"
"Sì. Ma può stare tranquillo, commendatore: Lei non sentirà e non vedrà niente".
"Eh! Ma io ho molta fantasia!" L'infermiera scoppia a ridere.
"Signori, è tardi", dico, "noi andiamo a lavorare".
In realtà devo correre a casa per metter mi in giacca e cravatta. Sono stato invitato al matrimonio della Rondine e non è un evento da poco: la Rondine è la mia ex fidanzata e mi ha chiesto per piacere di essere presente in chiesa per la cerimonia. Puntuale, almeno nel ruolo di amico. Da quello che la Rondine mi ha spiegato una settimana fa, durante un incontro dolcissimo al Caffè Greco, sono due le ragioni per cui ha deciso di rimetter mi al mondo sei anni dopo aver detto: vorrei, caro, che tu non fossi mai nato. Il primo è l'aver compreso il carattere incoercibile di quello che mi era successo incontrando Fabio. Il secondo è l'essersi innamorata di un professore universitario serio e attendibile che ha voluto sposarla con lo stesso ardore con cui lei voleva che la sposassi io. L'invito in chiesa dunque non è solo qualcosa di molto moderno: è una spalmata di Vicks VapoRub sui miei e i suoi sensi di colpa.
Ma naturalmente di tutto questo mio padre non vuole, non può e non deve sapere nulla. Faccio entrare Teto nella sacchetta da viaggio. Abbraccio il degente. Stringo la mano all'infermiera.
"Arrivederci a domani", dice lei. "Lo sa: Suo padre è davvero unico".
"Certo", dico io. "A piccole dosi è persino divertente". "Come ti permetti?" dice il CIA. "Tuo padre non si dosa".
"Vuole sapere che fece mio padre quando l'operarono di cataratta?" dico io stando sulla porta.
"Signorina", ordina il CIA, "non lo stia a sentire. Mio figlio non è attendibile".
"I medici gli avevano dato dei calmanti", continuo. "E, per rilassarsi mentre lo operavano, chiacchieravano tra loro di calcio e sport. Ma lui li richiamò all'ordine: ‘Che fate? Zitti adesso che mi state operando! Silenzio. Siate seri. Concentratevi!'
"Davvero, commendatore?" dice Mimosa sistemando i cuscini. "E loro smisero di parlare?"
"Per forza, signorina. Era loro dovere. Io sono il contribuente".
Arca, dolce Arca. Freschi di doccia, pettinati e con una goccia di dopobarba sulle penne, Teto e io siamo finalmente pronti ad assistere al matrimonio della Rondine, col dovuto decoro e persino in orario. Decisamente la meditazione sta sciogliendo i sintomi che trent'anni di psicoanalisi non hanno raggiunto. E' tutto a posto. Fabio ha lavorato fino all'alba e ora dorme. Miss, Clek, e Peter Pan, scorticano rametti in voliera. Le due conigliesse si rincorrono in terrazzo. Per uscire tranquilli resta solo da prendere Titti, la krameris a muta¬zione gialla, e sistemarla in gabbia accanto al krameris verde con cui dovrebbe riprodursi in primavera. Ma da dieci minuti Titti scappa da un piano all'altro dell'Arca e si rifiuta di lasciare il piano umano per andare in voliera. Dopo aver fatto su e giù le scale cinque volte, con la rete in mano e Teto sulla spalla, decido che ho contemplato abbastanza la mente iraconda e il corpo sfiatato. L'unica soluzione è bloccare la krameris in cucina, attirandocela col profumo di colazione. Sforno un cornetto e faccio tintinnare un cucchiaino sul bicchiere. Poi mi nascondo dietro il frigorifero. Frullio d'ali. Come Titti atterra sul tavolo, sbatto la porta con un calcio e mi giro con le zampe alzate come gatto Silvestro. E' fatta.
"Ah, ah, piccola stronza gialla", dico. "La mia superiore intelligenza strategica ha avuto buon gioco di te".
Titti, sfila il becco dal cornetto, grida e si rifugia dietro una mela. Poi guardandomi dal basso in alto, tenta un'ultima vana seduzione: ciuiip.
"Non attacca: fuori a scopare. Marsch". La afferro sghignazzando come Gatto Silvestro e mi riesce così bene che mi domando: da un punto di vista analitico, la mia cos'è: imitazione del gatto o identificazione in Silvestro? Così, nella foga di riaprire la porta pensando a Freud, strappo la maniglia con tutte le viti. E per infilarla di corsa, senza alcuna consapevolezza, faccio scivolare il perno dall'altra parte. Okkazzzo. Ora come faccio a riaprire?
Nel giro di cinque secondi il mondo è cambiato in modo impressionante. Superego si scatena. Titti vola sul lampadario. Torniamo al respiro.
Quando si nota che la mente è tronfia o sarcastica, attratta o disgustata, non si agisca e non si parli, bensì ci si immobilizzi come un pezzo di legno ...
E' assurdo ma in cucina non ci sono né finestre, né telefoni, né radio, né citofoni. Niente di estrovertito. Solo una ventola da ispirazione collegata a un tubo largo venti centimetri: di noi tre, l'unica che potrebbe passarci dentro, per salvarsi come James Bond, è Titti. Teto e io siamo murati vivi come Aida e Radames.
Busso forte sulla porta: aprite, aprite! Invano. Fabio dorme al piano di sopra e comunque non si sveglierebbe nemmeno se dormisse nel lavandino. Il portiere, ammesso che mi senta, penserà che sto facendo uno dei miei psicodrammi. Tra me e i vicini ci sono mura portanti di stazza secentesca, a parte il fatto che i vicini sono al lavoro e che l'antiquario Terenson preferirebbe darci fuoco piuttosto che chiamare i pompieri. L'inconscio può essere terribile: per colpa di un'uccella che mi ama troppo, mi perdo il matrimonio della fidanzata.
Apro il frigo. Un veloce bilancio: cibo per sopravvivere solo un paio di giorni. Acqua a volontà ma è finito il caffè. Niente semi di girasole per Teto. Niente da leggere per me. Neppure una penna per scrivere. Posso orinare nel pilozzo degli stracci, ma oltre? Sono vegetariano e non posseggo una scure da macellaio: quante sedute mi costa spaccare la porta col coltello del pane?
Teto e io, meno freschi, meno eleganti di un'ora fa, siamo sul motorino tra la Bocca della Verità e il Circo Massimo e facciamo una gran fatica a rispettare i colori del semaforo. C'è voluto un esercizio di calma concentrata per riaprire la maniglia muovendo il perno con due forchettine: la mente proliferante si schifava di avere pazienza e reclamava l'effetto Shining del legno fatto a pezzi, magari con qualche bella scheggia nel dito. Ma, per fortuna, l'occhio celeste di Teto diceva: please, stop the mind running away.
Riparto a tutto gas nella speranza di trovare La Rondine ancora in chiesa. La cara Rondine. Stanotte l'ho sognata. Eravamo in un anfiteatro holidays on ice e gli altoparlanti mandavano in onda il preludio de les Sylphides. La prendevo tra le braccia e la facevo danzare. Così, di slancio. C'erano tanti bellissimi ragazzi e ragazze che scendevano in pista coi pattini e formavano altre coppie che ci seguivano. Era appassionante: lo spazio si allargava sempre più e la Rondine si faceva portare assai bene: mi pareva di aver sempre schettinato con lei girando su piste enormi. A un certo punto arrivava pure Fabio e il nostro pas de deux diventava un terzetto in cui lei volteggiava leggera dall'uno all'altro senza tanti problemi. Poi per un attimo magico, si sentiva Tchaikovsy diretto da Karajan. Ed ecco entrare dalla curva nord la mitica Gioia colla gamba destra alzata e il Teto sulla mano, ad ali aperte, accompagnata da un riflettore e da una standing ovation. Così ora eravamo una cinquina. E cominciavano volteggi, salti acrobatici, decolli leggeri. Il cacatua svolazzava dentro e fuori, sopra e sotto le nostre figurazioni e lasciava un suo doppio, un alias, ovunque si posava sul ghiaccio. Il lago dei Teti, insomma. Nel finale Fabio portava la grande Gioia con la mano destra e la giovane Rondine con la sinistra mentre io gli schettinavo dietro con tutta la corte dei cacatua ad ali spiegate. Che sogno felice. Il guaio è che si può spiegare in tanti modi diversi.
Ed eccoci davanti alla chiesa romanica dell'Aventino dove si svolge la cerimonia. A differenza del sogno, qui nessuno salta o volteggia. E' tutta un'altra musica.
Grazie a Dio c'è ancora gente. La prima che riconosco è Madame Topary con la veletta. Poiché la mia attuale immagine tra i parenti della sposa qui convenuti non è più quella dello psicoanalista di borderlines ma quella di un mascalzone borderline, mi tengo cautamente ai bordi della porta di ingresso. Non vorrei che qualcuno mi pigliasse a maleparole o peggio. Prudenza. Con gran pena della Rondine che è un'insegnante di religione, laureata in teologia alla Gregoriana e studiosa di ebraismo, la maggior parte dei familiari qui convenuti, in abiti che costano come un cacatua delle palme, sono avvocati e imprenditori edilizi di Centro Destra (inteso come centro pieno dell'estrema destra). La madre e la zia della Rondine vanno fiere del ruolo cruciale avuto dal loro caro papà nella fondazione del partito fascista. E il padre della mia ex fidanzata, avvocato di un noto stilista, ogni tanto la faceva piangere dichiarando che quella vecchia storia dell'Olocausto era tutta un'esagerazione delle sinistre.
Gli sposi stanno per uscire sul sagrato della chiesa passando in mezzo alla navata in un tripudio di organi, lacrime e orchidee. Lei sembra una modella, come sempre, ed è addirittura ringiovanita e vestita di bianco per licenza poetica. La cara Rondine. Sento di volerle ancora bene e le invio copiosamente Metta buddhista convertibile in auguri cattolici. Per evitare gli astanti in doppio petto e le signore col cappellone, non devo fare altro che mettermi gli occhiali da sole, e restare fermo col Teto nascosto sotto la giacca. Dopo l'overdose di mio padre fatta in questi giorni, vedere un altro uomo nel posto che spetterebbe a me, mi sembra un atto d'amore verso la sposa. Analizzo e sospiro. Sospiro e analizzo.Va bene: siamo tutti proprietari del nostro karma.
La mia mente è desiderosa di pontificare, avversa al bene altrui,
alla ricerca del mio vantaggio.
Perciò rimango come un pezzo di legno ...
Mi sto chiedendo se la Rondine ha osato dire ai suoi di avermi invitato alla cerimonia, quando intravedo suo fratello dietro l'acquasantiera. Lui mi riconosce e aggrotta le sopracciglia con grinta virile da pariolino in doppio petto. Poi richiama l'attenzione del padre con un colpo di gomito e mi ritrovo investito da quattro occhi che sono i fari di una BMW lanciata a tutto gas.
Teto si agita. Piuttosto che aspettare passivamente di rimetterci le penne, potrei fare qualcosa. Ma mi pare questo il momento di darsi da fare? Le gambe fremono ma i denti battono. Sento il contrario di quello che penso.
Qualcuno o qualcosa dentro di me fischietta la cavatina del Barbiere di Siviglia e propone di aprire bottega e darsi da fare. Ma fare che? Il cuore sta andando in tumulto. Teto, che ci sta sopra, lo sente e geme un piccolo quack. Il rischio di acting out e cazzate autolesionistiche è altissimo, tanto più che siamo in chiesa. Mentre l'emisfero sinistro decide di centrarmi sul respiro, l'emisfero destro comincia a cantare, silenziosamente ma a gola spiegata:
Figaro qua, Figaro là,
Tutti mi vogliono, tutti mi cercano ...
Questo barbiere deve essere un nucleo follemente narcisista. Potrebbe mettersi nei guai e poi il conto spese arriva a me.
Ripasso le sagge parole di Santideva:
La mia mente è un pezzo di legno.
"Legno vivo, spero ... " dice Figaro accendendosi la pipa con un fiammifero. "Andiamo a fare un omaggio agli sposi. Vieni".
"No", dico. "Lasciati in pace". "Niente paura: io amo le nozze".
Santideva si è messo nella posizione del loto e il Barbiere di Siviglia ne approfitta per fargli lo shampoo. Ora che sono entrati in contatto, secondo la Von Franz, potrebbe succedere di tutto. Chino la testa e mi faccio largo tra gli invitati attraverso una galleria di colonie e deodoranti. Scusate, scusate. Arrivo a fianco degli sposi e mi abbandono alla provvidenza divina.
Figaro si sta allargando sempre di più. Ora addirittura mi fa la regia in versi:
Insinua la mano tra moglie e marito
E portala in alto col Teto sul dito.
Ti turbi l'amore oppure lo sdegno,
sorridi e sta fermo: sei un pezzo di legno.
Obbedisco in automatico. Tiro fuori il pappagallo e lo sollevo sopra la testa degli sposi.
Teto sa bene cosa deve fare: per prima cosa urla a mitraglia l'urlo nazionale dei cacatua, poi apre la cresta a ventaglio, e sbatte le ali simulando un volo da fermo. Qualcosa tra un Fuoco di Artificio e lo Spirito Santo.
L'effetto è clamoroso.
Rondine e consorte si girano a guardare mentre le remiganti del pappagallo, bianche e gialle come il Vaticano, fanno rimbalzare i chicchi di riso che ci piovono addosso. Teto ora ripete: Dai, Dai, Dai! Tra gli invitati qualcuno ride. lo sorrido. Il prete batte le mani. Qualcuno dice una frase di cui riconosco tre parole: uccello ... fidanzato ... gay.
Teto gli dà dentro:
Dai, Dai, Dai,
Bacino, Dai, Dai, Bacino, Bacino, Bacino.
Bacino piace sempre a tutti. La Rondine per un attimo si gira e mi guarda negli occhi con uno sguardo da Anima junghiana che potrebbe significare qualunque cosa tra sparisci e ti amo. Poi si torna verso lo sposo e lo bacia sulla bocca. Il suocero mancato chiude un occhio perché riprende la scena in videotape.
E' fatta ma bisogna andarcene subito. Abbiamo dato tutto e Figaro non c'è più.
|