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IL LAGO DEI TETI di Ottavio Rosati

 Originarimente pubblicato in in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, n.47, Di Renzo, Roma, 2000

 

 

Clinica Santa Rita. Mattina di luce.

Mentre guodo la moto ci penso. Odio la burocrazia. Mi tormenta da più di un anno. Per salvare il pensiero di J. L. Moreno abbiamo dovuto presentare la nostra domanda a un comitato di psicologi serissimi di cui nessuno mai fatto un'ora di gioco di psicodramma in vita sua. Il più barone di loro non aveva mai letto un libro di Moreno e ha rifiutato il nome Play perché gli ha dato il significato di Game. Il mio fraterno amico Vincenzo mi ha fatto da scout ma adesso non siamo più amici. Perché? L'ultima volta che ci samo visti mi ha urlato in faccia: Ottavio, tu sei un pazzo che si circonda i pappagalli e crede di essere a Hollywood. Ma Jung è morto. Il persecuore interno balla il tango con i nemici esterni.

Parcheggio. Salgo le scale. Mio padre, il CIA (Commendatore-lspettore-Amministratorè) è a letto, circondato da cuscini. Ha un po' di febbre e gli faccio compagnia, ma preferirei essere con i miei pazienti per riposarmi col lavoro.

Tu sei l'architrave della casa mia, sospira mio padre. Invece tuo fratello, con tutto che è un vero dottore, mi delude molto. Ti pare possibile che io sto qui in ospedale e lui ritarda? Che la tiene a fare la Mercedes?
Gli ricordo che mio fratello è partito da Bari e ha dato al figlio il nome del nonno. Senza contare che da tre anni rinuncia alle sue vacanze per occuparsi dei rotti-femori di mamma e papà.
Il mio nipotino, Giovanni junior è Mercurio puro. Fa sparire da qualunque ambiente le chiavi su cui riesce a mettere le mani. Il sintomo è simmetrico a quello di mio padre che fa sparire ogni ambiente di cui trova le chiavi.
A Giovannino non sfugge niente. Una volta ha chiesto a mio fratello: Papa, ma il nonno non ha figli?
Sono scoppiato a ridere e ho detto: Certo, l'inconscio è incredibile.
Infatti ci credi solo tu, ha risposto mio padre. Io non ci credo per niente.


«A proposito», chiedo, «le hai poi viste quelle cassette con gli psicodrammi che ho fatto in televisione?»
«Con calma», dice il CIA. «Con calma. Prima devo finire di vedere bene il teatro di Pirandello. Lo guardo la mattina insieme a Maria dopo che ha fatto la spesa...»«E che c'entra?»
«Per Maria che è russa, Pirandello è un rebus: bisogna che le spieghi ogni lavoro, parola per parola con la santa pazienza».
«Ma così Maria esce pazza...»
«Io a Torino, quando ero tenente, le ho viste tutte 'ste commedie dove c'era Paolo Stoppa per protagonista».
Sento un'onda misteriosa di commozione. «A Torino?»
«Eh sì», dice il CIA. «Al Carignano tenevano un palco riservato a noi ufficiali e bastava pagare l'ingresso. Perché a Torino la prosa è di casa».
"Dillo a me."

«Ecco perché le cose più creative le ho sempre fatte a Torino, proprio al Carignano», dico. «Una parte di me immaginava che lì ci fossi tu. Che lì avrei trovato finalmente l'attenzione di mio padre».
«Va be' ma mò che c'entra? Quando tu hai fatto le cose tue, io al Carignano non ci sono venuto. Non stare sempre a fare un'analisi microscopica delle cose, appapà»,
Pausa. 
La mia immaginazione sta percuotendo il CIA con un libro di Kohut su empatia e rispecchiamento. Ma Kohut non mi giova: mi sforzo dì tornare all'attenzione. Mi appoggio al respiro. Ripasso mentalmente le sagge parole di Santideva sentite all'ultimo incontro di meditazione buddhista:
La mia mente cerca guadagni,  rispetto o fama
O ancora vuole un pubblico e attenzione,
Perciò rimango come un pezzo di legno...
Il CIA mi guarda: «Come hai detto appapà?»
«Niente. Non ho detto niente».
Teto saltella sul davanzale dentro la luce fresca che piove dagli alberi. Possibile che questa giovane creatura non senta il richiamo della natura? Gli ci vuole una lezione di volo: apro la finestra, gli do un bacio e lo lancio verso i rami della magnolia come un aeroplanino. Lui fa un giro di volo di due metri e torna indietro sulla mia spalla. Grida Ciaao! e mi si aggrappa col becco all'orecchio per evitare un altro lancio. Figlio di puttana.
Il CIA si tira su allarmatissimo: «Fermo. Che fai? E se quel poveretto cadeva di sotto?»
«Come fa a cadere, papà? E' un uccello! E poi sotto c'è il prato».
«Come sarebbe che è un uccello?»
«E' un Cacatoa. Non è mica un canguro», dico. «So quel che faccio!"
"Tu?"
"Sì, io. Bisognerà pure che si abitui a volare».
Il CIA scuote la testa. «Tu, appapà sei un irresponsabile!» grida. «Pensa se te l'avessi fatto io a te, da piccolo. Eppure l'educazione ve l'ho insegnata».

Teto alza la cresta e muove il collo su e giù per difendermi, ma il CIA crede che Teto stia dando ragione a lui e sorride. «Bravo, bravo», dice. «Lo vedi come è riconoscente con chi lo capisce?»
«Bravo Teto», ripeto io accarezzandolo,
«Bacino, bacino, bacino», dai, dai...» fa il Teto.
«Insomma, figlio mio, tu devi sapere che a una certa età, disponendo di maggior tempo, si amano gli animali».
«A me piacevano pure da bambino...»
«Ma che c'entra mò 'sta polemica, appapa?» protesta il CIA. «Io voglio solo dire che uno sta in pensione e ci si dedica agli animali. Punto e basta».
«Va bene. Ottimo, papa», dico.
«Perciò quando vedo che dei ragazzacci uccidono i delfìni, io mi dico: Ma è mai possibile
«I delfini? Come sarebbe?»
«I delfini. E come no?» Risponde il CIA. «Pensa che certi ragazzacci, l'estate, il cane, invece di portarlo in qualche bel posto, lo abbandonano. Ah, che vergogna! Auguro a tutti quei mascalzoni che, per andare in vacanza abbandonano il cane, di fare lo stesso tipo di villeggiatura».
Delfini? Chi sono i delfini nell'immaginario di mio padre? E i ragazzacci? Strano. Il giorno che Fabio mi abbracciò e disse 'Ho bisogno di aiuto, per favore aiutami', andai a vedere un film su un ragazzo che salvava un delfino e mi commossi fino alle lacrime. Struggente e strano. Jung diceva che in certe famiglie qualcuno fa i sogni di un altro. Tiro fuori dalla tasca il registratore e prendo una nota: Ore 11. Clinica. Delfini-Fabio-Jung: indagare.
Ed ecco che un'infermiera in carne e biondissima, come la Gradisca di Fellini, entra nella stanza con una ventata di mimosa. Si accorge del cacatua. «Oh, che caruccio», dice. «Oh, che tesoro. Com'è grosso».
«Dai, dai, dai», gorgheggia il Teto.
«Ma Lei non è lo psicologo dei bambini della Rai?» dice. «Quello del primo canale?»
«Non dei bambini», scherzo io. «Dei pappagalli».
«Cerca dì fare la persona seria, appapà», mi riprende il CIA, «che sennò finisce davvero così».
Mimosa ride e si gira verso il letto con le mani chiuse a pugno. «La vuole la caramella, commendatore?» «Allora, su: Alla mano di papa. Dove sta? Dove sta? Mano qui o mano qua?» Straordinaria.
«Qui!» dice il CIA puntandola col dito.
«Bravo!» fa lei aprendo mano qui e nascondendo in tasca mano qua.
«Complimenti per il giochetto, signorina», dico. "Lei è una vera terapeuta."
Mimosa gira morbida intorno al letto. «Se vuole, glielo faccio anche a Lei, dottore».
Mio padre scarta il bon-bon. «Dica un po', cara, ma è vero che per l'intervento mi faranno solo l'anestesia locale?»
«Sì. Ma può stare tranquillo, commendatore: Lei non sentirà e non vedrà niente».
«Eh! Ma io ho molta fantasia!»
L'infermiera scoppia a ridere.
«Signori, è tardi», dico, «noi andiamo a lavorare».
In realtà devo correre a casa per mettermi in giacca e cravatta. Sono stato invitato al matrimonio della Rondine e non è un evento da poco: la Rondine è la mia ex fidanzata e mi ha chiesto per piacere di essere presente in chiesa per la cerimonia.  Puntuale, almeno nel ruolo di amico. Da quello che la Rondine mi ha spiegato una settimana fa, durante un incontro dolcissimo al Caffè Greco, sono due le ragioni per cui ha deciso di riammettermi al mondo sei anni dopo aver detto: "Vorrei, caro, che tu non fossi mai nato". Il primo è l'aver compreso il carattere incoercibile di quello che mi era successo incontrando Fabio. Il secondo è l'’essersi innamorata di un professore universitario serio e attendibile che ha voluto sposarla con lo stesso ardore con cui lei voleva che la sposassi io. L'invito in chiesa dunque non è solo qualcosa di civile e moderno: è una spalmata di Vicks VapoRub sui miei e i suoi sensi dì colpa.
Naturalmente di tutto questo mio padre non vuole, non può e non deve sapere nulla. Faccio scivolare il Teto nella sacchetta da viaggio. Abbraccio il CIA. Stringo la mano all'infermiera.
«Arrivederci a domani», dice lei. «Lo sa: Suo padre è davvero unico».
«Lo so», dico io. «A piccole dosi è persino divertente»,
«Come ti permetti?» dice il CIA. «Tuo padre non si dosa».
«Vuole sapere che fece mio padre quando l'operarono di cataratta?» dico io stando sulla porta.
«Signorina», ordina il CIA, «non lo stia a sentire. Mio figlio non è attendibile».
«I medici gli avevano dato dei calmanti», continuo. «E, per rilassarsi mentre lo operavano, chiacchieravano tra loro di calcio e sport. Ma lui li richiamò all'ordine: Che fate? Zittì adesso che mi state operando! Silenzio. Siate seri. Concentratevi!»
Mimosa ride. «Davvero, commendatore?» dice sistemando i cuscini. «E loro smisero di parlare?»
«Per forza, signorina. Era loro dovere. Io sono il contribuente».


Arca, dolce Arca. Freschi di doccia, pettinati e con una goccia di Farheneit su barba e penne, Teto e io siamo finalmente pronti ad assistere al matrimonio della Rondine, col dovuto decoro e persino in orario. Decisamente la meditazione sta sciogliendo i sintomi che trent'anni di psicoanalisi non hanno risolto. E' tutto a posto. Fabio ha composto musica fino all'alba e ora dorme. Miss, Clek, e Peter Pan, scorticano rametti in voliera. Le due conigliesse si rincorrono silenziose in terrazzo. Per uscire tranquilli resta solo da prendere Titti, la krameris a mutazione gialla, e sistemarla in gabbia accanto al krameris verde con cui dovrebbe riprodursi in primavera. Ma da dieci minuti Titti scappa da un piano all'altro dell'Arca e si rifiuta di andare in voliera. Dopo aver fatto su e giù le scale cinque volte, con la rete in mano e Teto sulla spalla, decido che ho contemplato abbastanza la niente iraconda e il corpo sfinito. L'unica soluzione è bloccarla in cucina, attirandocela col profumo di colazione. Sforno un cornetto e faccio tintinnare un cucchiaino sul bicchiere. Poi mi nascondo dietro il frigorifero. Frullio d'ali. Come Titti atterra sul tavolo, sbatto la porta con un calcio e mi giro simulando Gatto Silvestro. Lei grida di terrore. E' fatta.
«Ah, ah, piccola stronzetta gialla», dico. «La mia superiore strategia di gatto ha avuto gioco di te».
Titti, sfila il becco dal cornetto, grida e si rifugia dietro una mela. Poi guardandomi dal basso in alto, tenta un'ultima vana seduzione: cìuiip. Sembra la Nanda.
«Non attacca: fuori. Marsch». La afferro sghignazzando come in un cartoon e il gioco mi riesce così bene che mi domando: da un punto di vista analitico, secondo Gaddini, la mia cos'è: imitazione o identificazione in Silvestro? Nella foga di riaprire la porta, non so come, tiro via la maniglia con tutte le viti. E per rimetterla a posto di corsa, senza calma concentrata, faccio cadere il perno dall'altra parte. Okkazzzo! Ora come faccio a riaprire?
Nel giro di cinque secondi il mondo è cambiato in modo impressionante. Superego si scatena. Titti vola sul lampadario. Torniamo al respiro.
Quando si nota che la mente è tronfia o sarcastica,
attratta o disgustata, non si agisca e non si parli,
bensì ci si immobilizzi come un pezzo di legno...
E' assurdo ma in cucina non ci sono né finestre, né telefoni, né radio, né citofoni. Niente di estrovertito. Solo una ventola da ispirazione collegata a un tubo largo venti centimetri: di noi tre, l'unica che potrebbe passarci dentro, per salvarsi come James Bond, è Titti. Teto e io siamo murati vivi: Aida e Radames.
Busso forte sulla porta: aprite, aprite! Invano. Fabio dorme due piani sopra ma non si sveglierebbe nemmeno se il letto fosse davanti alla porta. Il portiere, ammesso che mi senta, penserà che sto facendo uno dei miei psicodrammi e non si muoverà. Tra me e i vicini ci sono mura portanti di stazza secentesca, a parte il fatto che i vicini sono al lavoro e che l'antiquario Terenson preferirebbe darci fuoco piuttosto che chiamare i pompieri. L'inconscio può essere terribile: per colpa di una pappagalla che ama troppo, rischio di perdere il matrimonio della Rondine.
Apro il frigo. Un veloce bilancio: cibo per sopravvivere solo un paio di giorni. Acqua a volontà ma è finito il caffè. Pochi semi di girasole per Teto. Niente da leggere. Niente per scrivere. Posso orinare nel pilozzo degli stacci, ma poi?
Nel cassetto una scure da macellaio non c'è: quante sedute mi costerà spaccare la porta col coltello del pane?


Teto e io, meno freschi, meno eleganti di un'ora fa, siamo sul motorino tra la Bocca della Verità e il Circo Massimo e rispettiamo il semaforo. C'è voluto un esercizio dì calma concentrata per riaprire la maniglia muovendo il perno con due forchettine: la mente proliferante si rifiutava di avere pazienza e voleva l'effetto Shining del legno fatto a pezzi, magari con qualche scheggia nel dito. Ma l'occhio celeste di Teto diceva: please, stop the mind running away.
Riparto a tutto gas nella speranza di trovare La Rondine ancora in chiesa. Cara Rondine. Stanotte l'ho sognata. Eravamo in un anfiteatro Holidays on Ice e gli altoparlanti mandavano in onda il preludio de Les Sylphides. La prendevo tra le braccia e la facevo danzare. Di slancio. C'erano ragazzi e ragazze splendidi come cigni che scendevano in pista coi pattini e formavano altre coppie che ci seguivano. Appassionante: lo spazio si allargava sempre più e la Rondine in una nuvola di tulle si faceva portare con la grazia di Margot Fonteyn a Panama : mi pareva di aver sempre schettinato con lei girando su piste immense. Di Paradiso. A un certo punto arrivava pure Fabio e il nostro pas de deux diventava un terzetto in cui lei volteggiava leggera passando da me a lui. Poi un attimo magico: esplodeva Tchaikovsky diretto da Abbado, anzi no: da Karajan. Ed ecco entrare dalla curva nord la mitica Nanda nella versione Anni Ottanta, vestita da Kenzo, colla gamba destra alzata e il Teto sulla mano, ad ali aperte, accompagnata da un riflettore e da una standing ovation del pubblico. Così ora eravamo una cinquina. E cominciavano volteggi, salti acrobatici, decolli leggeri. Persino still-life  a mezz'aria da elicottero. Il cacatua svolazzava dentro e fuori, sopra e sotto le nostre figurazioni e lasciava un suo doppio, un alias di luce bianca, gialla e celeste, ovunque si posava sul ghiaccio.
Il lago dei Teti insomma.
Nel finale Fabio portava Nanda con la mano destra e Rondine con la sinistra, alleate come alla serata di gala al Carignano per DSNS mentre io gli schettinavo dietro con tutta la corte dei cigni-cacatua ad ali spiegate.
Che sogno felice. Si può analizzare in tanti modi ma la cosa migliore era goderselo. Non veniva per essere letto ma per essere fatto.


Ed eccoci davanti alla chiesa romanica dell’'Aventino dove si svolge la cerimonia. A differenza del sogno, qui nessuno salta o volteggia. Tutta un'altra musica.
Grazie a Dio c'è ancora gente. La prima che riconosco è Madame Topary con la veletta che chiacchiera in francese con le sue bonnes di compagnia. Poiché la mia attuale immagine tra i parenti della sposa qui convenuti non è più quella dello psicoanalista di borderlines ma quella di un mascalzone borderline, mi tengo cautamente ai bordi della porta di ingresso. Non vorrei che qualcuno mi pigliasse a maleparole o peggio. Prudenza. Con gran pena della Rondine che è un'insegnante di religione, laureata in teologia alla Gregoriana e studiosa di ebraismo, la maggior parte dei familiari qui convenuti, in abiti che costano come un cacatua delle palme, sono avvocati e imprenditori edilizi di Centro Destra (inteso come centro pieno dell'estrema destra). La madre e la zia della Rondine vanno fiere del ruolo storico avuto dalla buonanima di papa nella fondazione del Partito Fascista. E il padre della mia ex fidanzata, avvocato del sarto Valentino, ogni tanto la faceva piangere di rabbia dichiarando che quella vecchia storia dell'Olocausto era tutta un'esagerazione delle sinistre.
Gli sposi stanno per uscire sul sagrato della chiesa passando in mezzo alla navata in un tripudio di organo, lacrime e orchidee. Lei sembra una modella, come sempre, ed è addirittura ringiovanita e vestita di bianco per licenza poetica. La cara Rondine. Sento di volerle ancora bene e le invio copiosamente Metta buddhista convertibile in auguri cattolici. Per evitare gli astanti in doppio petto e le signore col cappellone, non devo fare altro che mettermi gli occhiali da sole, e restare fermo col Teto nascosto sotto la giacca. Dopo l'overdose di CIA fatta in questi giorni, vedere un altro uomo nel posto che spetterebbe a me, mi sembra un atto d'amore verso la sposa. Analizzo e sospiro. Sospiro e analizzo.Va bene: siamo tutti proprietari del nostro karma.
La  mia mente è desiderosa di pontificare,
avversa al bene altrui,
alla ricerca del mio vantaggio.
Perciò rimango come un pezzo di legno...
Mi sto chiedendo se la Rondine ha detto ai suoi di avermi invitato alla cerimonia, quando intravedo suo fratello dietro l'acquasantiera. Lui mi riconosce e aggrotta le sopracciglia con grinta virile in doppio petto. Poi richiama l'attenzione del padre con un colpo di gomito e mi ritrovo investito da quattro occhi che sono i fari di una BMW lanciata a tutto gas contro la mia bicicletta.
Teto si agita. Piuttosto che aspettare passivamente di rimetterci le penne, potrei fare qualcosa. Ma come e cosa? Le gambe fremono ma i denti battono. Sento il contrario di quello che penso.
Qualcuno o qualcosa dentro di me fischietta la cavatina del Barbiere di Siviglia e propone di aprire bottega e agire. Il cuore sta andando in tumulto. Teto, che ci sta sopra, lo sente e geme un piccolo quack. II rischio di acting out e sciocchezze autolesionistiche è altissimo, tanto più che siamo in chiesa. Mentre l'emisfero sinistro decide di centrarmi sul respiro, l'emisfero destro canticchia silenziosamente:
Figaro qua, Figaro là,
Tutti mi vogliono, tutti mi cercano...
Questo barbiere deve essere un nucleo follemente narcisista. Potrebbe mettersi nei guai. Mettermi nei guai. Che fare?
Ripasso le sagge parole di Santideva:
La mia mente è un pezzo dì legno.
«Legno vivo, spero...» dice Figaro accendendosi la pipa con un fiammifero. «Andiamo a fare un omaggio agli sposi. Vieni».
«No, fermati», dico. «Lasciali in pace».
«Niente paura. Io amo le nozze».
Santideva si è messo nella posizione del loto. Il Barbiere ne approfitta per fargli lo shampoo. Ora che sono entrati in contatto, secondo la Von Franz, potrebbe aprirsi una terza via. Chino la testa e mi faccio largo tra gli invitati attraverso una galleria di profuni. Scusate, scusate. Arrivo a fianco degli sposi e mi abbandono alla provvidenza divina. Non so che fare ma sto per farlo.
Figaro si sta allargando sempre di più. Ora addirittura mi fa la regia in versi:
Insinua la mano tra moglie e marito
E portala in alto col Teto sul dito.
Ti turbi l'amore oppure lo sdegno,
sorridi e sta fermo: sei un pezzo di legno.
Obbedisco senza pensare. Come un soldato. Tiro fuori Teto e lo sollevo sopra la testa degli sposi.
Lui sa bene cosa deve fare: per prima cosa urla a mitraglia l'urlo nazionale dei cacatoa, poi apre la cresta a ventaglio, e sbatte le ali simulando un volo da fermo. Qualcosa tra un Fuoco di Artificio e lo Spirito Santo.
L'effetto è clamoroso.
Rondine e consorte si girano a guardare mentre sulle remiganti del pappagallo, bianche e gialle come il Vaticano, rimbalzano chicchi di riso.
Teto ripete: Dai, Dai, Dai! Tra gli invitati molti ridono. Io sorrido. Il prete batte le mani. Qualcuno dice una frase di cui riconosco solo tre parole: uccello. .. fidanzato... matto.

Risponde Teto:
Dai, Dai, Dai,
Bacino, Dai, Dai, Bacino, Bacino, Bacino.
Bacino piace sempre a tutti. La Rondine per un attimo si gira e mi guarda negli occhi con uno sguardo da Anima junghiana che potrebbe significare qualunque cosa tra sparisci e ti amo. Poi si gira verso lo sposo e lo bacia sulla bocca. Mio suocero mancato riprende la scena in videotape.
E' fatta ma bisogna andarcene subito. Abbiamo dato il meglio. Figaro non c'è più.

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