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PER ABRAHAMS "L'UOMO DEL MAGNETOFONO" SECONDO SARTE E PONTALIS

 

Clicca qui per il pdf del testo completo e delle note di Sartre e Pontalis

(per gentile concessione di Elvio Fachinelli e de "L'ERBA VOGLIO" (1977) alla rivista "Atti dello Psicodramma")

 

 

 

ARTICOLO DI OTTAVIO ROSATI PER LO SPETTACOLO AL TEATRO FLAIANO

 

Deduzione
Tutti gli uomini in analisi vivono difficoltà transferenziali,
Abrahams è in analisi,
dunque vive difficoltà trasferenziali.

Induzione
Abrahams è un uomo in analisi,
ha delle grosse difficoltà col dr. Van Nypelseer,
Probabilmente tutti gli uomini in analisi avranno grosse dificoltà col dr. Van Nypelseer.

Abduzione
Tutti gli uomini in analisi vivono difficoltà transferenziali,
Abrahams ha delle grosse difficoltà col dr. Van Nypelseer,
la colpa è dell’analisi.

 

A teatro la serie degli psicanalisti malvagi fu inaugurata nel 1922, molto prima della cosiddetta “psychiatric era” di Broadway, con Le Mangeur des Rêves di H.R. Lenormand. Il protagonista alternava perfidamente seduzione e psicoanalisi; la paziente si uccideva al terzo atto. 
La serie degli psicoanalisti ridicoli si aprì anche prima, nel 1914, con Suppressed Desires di Susan Glaspell (autrice del Premio Pulitzer Alison’s House ) dove, in segno di allegra superiorità, il copione prevedeva che si desse fuoco in scena a una copia del Journal of Morbid Psychology, senza sospettare che ventidue anni dopo Hitler l’avrebbe rifatto anche lui a Parigi, ma sul serio. La morale di Suppressed Desires era che, anziché lasciare il coniuge, basta lasciare lo psicoanalista. 

Da allora in poi, senza grandi cambiamenti, la comparsa dello psicanalista a teatro ha ripercorso queste due strade. Al punto che, per capire qualcosa della psicanalisi guardando una scena, occorre ancora preferire la rappresentazione della follia. Proprio come Freud che battezzò il suo complesso di volta col titolo di una tragedia e riconobbe i suoi veri maestri tra Sofocle e Shakespeare, il suo sosia in Schnitzler. Nei confronti della psicoanalisi il teatro vanta ancora un credito che stenta a riscuotere, anche perché il teatro di immagine confonde la fenomenologia dell’inconscio con la sua dottrina e, anziché chiudere la partita, accumula nuovo minerale grezzo. In genere lo psicoanalista a teatro è rappresentato, non diversamente dallo psichiatra o dal regista cinematografico, come un pazzo, un clown, un mago o un diavolo. Talvolta è ridicolizzato mostrando gli eccessi pericolanti del suo Supposto Sapere.

Altre volte è pateticamente evidente il suo bisogno di salvarsi la vita curando i suoi pazienti, o difendersi dal mondo reale (quello dei sani cioè del pubblico) aggirandosi tra ombre e supposizioni mitologiche. Mi viene in mente il caso clinico di un paziente gay disperato che in uno psicodramma rappresentò la scena in cui, da ragazzo, cercò sostegno e solidarietà dalla madre che, per tutta risposta, gli disse: Come sarebbe che sei omosessuale? Sarebbe meglio che tu fossi morto!
Graze 
a Dio, due persone del gruppo scoppiarono a piangere.

Il teatro contemporaneo non resiste facilmente alla tentazione di negare l’esistenza della malattia mentale. Crede di riuscirvi mostrando al pubblico l’analista che, tra una seduta e l’altra, si mette le dita nel naso. L’immaginario teatrale è per questi scopi formidabile strumento di contrabbando concettuale. Il pubblico tra risate, stupori o peggio ragionamenti tira le sue conclusioni. E diffida di una terapia il cui carattere integratore sacrifica al principio di realtà ogni esaltante emozione privata, come in Equus dove l’analista (annoiato di incontrarsi con Dionisio solo sui libri, a casa, la sera, mentre la moglie sferruzza e lo tiene d’occhio) confessa di invidiare la sintomatologia panica del suo giovane paziente. 

Così lo scrittore di teatro, capitalizzando su fenomeni di identificazione proiettiva e di negazione, che non conosce, protegge il pubblico dall’incubo della follia ma anche dalla preoccupazione della sua nuova terapia. Forse perché è la terapia la prova più pesante della malattia. L’eccezionalità de L’uomo col magnetofono sta nel fatto che riproduce l’unica vera seduta che sia possibile enucleare da una analisi senza trovarla noiosa o renderla troppo incomprensibile. E’ una seduta che liquida l’analisi: per entrare in un teatro Abrahams è uscito per sempre da uno studio ed è passato per un manicomio. Questa seduta, che Abrahams rovescia come un guanto, mette a nudo la sua nevrosi da transfert e la rigidità del “setting” che avrebbe dovuto contenere la sua elaborazione. E’ una seduta perversa nel senso psicoanalitico del termine, cioè caratterizzata dall’assenza di rimozione, una seduta dove chi fa resistenza è l’analista. Come la madre del paziente gay di cui ho citato la risposta criminale per stupidità. Ortodosso ma mediocre. Prudente ma falso. Ordinato ma stupido, avaro, meschino. Abrahams questo lo intuisce e dichiara che si tratta solo di teatro.

Ed è teatro in molti sensi, anche perché i due protagonisti, dai ruoli, entrano ed escono rapidamente, spesso ribaltandoli. Come quando Abrahams infierisce dicendo al suo dottore che lui in fondo gli ha anche voluto bene, o come quando Van Nypelseer denega: “Lei finirà dentro, ma non sarà colpa mia”. Ed è teatro perché in una compagnia tanto piccola, senza neanche conoscere il copione, gli interpreti cercano di occupare a tutti i costi il ruolo del regista. Poche battute dopo aver detto “Qui ci si scanna”, l’analista ricorre persino alla suggestione: “..lei Abrahams crede di rompermi le scatole”. Visto e considerato che per il gergo dei quotidiani espressione e rappresentazione dei conflitti si equivalgono giacchè perfino un pranzo di Natale finito a coltellate è uno psicodramma, occorre subito fare una precisazione.

Anche se un dramma con grida d’aiuto di uno psicoanalista è la cosa più falsamente somigliante ad uno psicodramma che si possa immaginare, lo scontro registrato da Abrahams non lo è. Né lo spettacolo di mario Ricci è la rappresentazione teatrale di uno psicodramma, sul genere Marat-Sade di Weiss, quanto piuttosto il primo esempio di quella pretende di porsi come “terapia drammaturgica”. Un esempio laureato con dignità di stampa su Les Temps modernes (relatore: il padre dell’esistenzialismo francese, correlatore: uno dei due autori del Vocabulaire de la psyhanalyse) e conclusosi quasi dieci anni dopo con l’aiuto del teatro Stabile di una capitale straniera.

Il carattere intrinsecamente teatrale di questo dialogo, che analiticamente va definito come “acting out”, ritorna persino per via filologica. L’espressione americana di “acting out” è l’unica che sia entrata nel mondo della psicoanalisi dal mondo dello psicodramma. La coniò nel 1932 J.L. Moreno (al quale Pontalis sempre su Les Temps modernes darà nel 1950 del “neuvau guerisseu”), per indicare tanto un agire irrazionale nell’esistenza quanto un agire terapeutico all’interno di un gruppo di psicodramma. (1) Perciò se il comportamento di Abrahams dalla seduta in poi è un “acting-out” nell’accezione terapeutica del termine, lo è solo dal suo punto di vista. Non da quello del dr. Van Nypelsser che rifiuta il registratore e a nessun costo abbandona la regola analitica, dimenticando che anche a Freud era capitato di darle uno strappo. Per esempio quando fece preparare qualcosa da mangiare per l’uomo dei topi che gliene aveva fatta richiesta. “Ha fame e viene nutrito” annotò poi laconicamente Freud in testa agli appunti della seduta del 26 dicembre 1906. Il che gli permise, quel Santo Stefano, di andare a capo: “Continuazione. Ossessione a Utracht. Gli venne improvvisamente l’idea che doveva dimagrire, cominciò dal alzarsi da tavola – il budino naturalmente non lo mangiò – e a correre sotto il Sole finchè divenne grondante di sudore…”(2).

Con le loro richieste all’analista entrambi, l’uomo dei topi e Abrahams, dal punto di vista della psicanalisi di Freud “agiscono dentro un fantasma” per usare la formula con cui Octave Mannoni traduce acting out. Si parla di acting out all’interno di un’analisi ortodossa (anche se noiosa, persino se inutile) quando il paziente fa, anziché dire, e osa esprimere i suoi conflitti con fatti e non parole. Acting out e passaggio all’atto sono come topo di città e topo di campagna, cugini stretti e lontani, più o meno educati, in ogni caso animaletti fastidiosi all’interno dello studio. A differenza dello psicodramma, lo spazio analitico è riservato al dire, non al fare. Perciò Abraham, per noi dello psicodramma, è un Santo. Come la Dolto. Come Milton Erickson. 

La decisione di Abrahams di farsi accompagnare alla seduta da un registratore è un “acting out”: Abrahams deve averci pensato con anticipo sufficiente a procurarsi l’apparecchio, un nastro, delle batterie. Mentre è un “passaggio all’atto” il momento in cui, per un corto circuito pulsionale, il protagonista sfiora con le mani il corpo dell’analista o stacca la presa del telefono dallo studio. E, se non c’è dubbio che l’analisi possa infine consentire ad un soggetto la pratica di azioni che precedentemente gli erano precluse, la regola dell’astinenza è tuttavia chiara: per l’esame delle pulsioni è necessario che le pulsioni non siano agite, anzi contenute più del solito. A questo punto non sembrerebbe esserci molto da dire sul caso di Abrahams. Il suo tentativo di mettere in buona bobina l’analista fallisce perché questi regolarmente tace, non potendo soddisfare la proposta del paziente. Che si fonda sulla nevrosi da transfert e rappresenta semplicemente un segno della sua pericolosità.

Il problema di Abrahams alle prese con i suoi fantasmi e non del dr Van Nypelseer alle prese col magnetofono di Abrahams. Pontalis lo conferma seccamente: sottoscrivere su questo frammento tragicomico le deduzioni di Sartre equivarrebbe a confessare di misconoscere tutto della psicanalisi. Col che Pontalis risponde a Sartre ma liquida forse qualche aspetto di un dialogo concitato che nei successivi passaggi, dal nastro al libro e dal libro alla scena acquista sempre più evidenza. C’è da chiedersi se Mario Ricci e Claudio Previtera alludessero, nella realizzazione di questa regia e del suo momento immaginale di chiusura, alla tensione irrisolta di questo dramma. Che si chiude aprendosi, come in una frase con cui Freud descrive il divenire cosciente di un processo psichico: “noi supponiamo che alla superficie esteriore di un tale Io si trovi un’istanza particolare, direttamente rivolta verso il mondo esterno, un sistema ad organo, la cui stimolazione soltanto produce quel fenomeno che chiamiamo coscienza”. (1) 

 

L’apertura di questo organo rivela per esempio che per tutta la durata del match il dr. Van Nypelseer non interpreta una sola volta l’ “acting out” di Abrahams in cui rischia di venire intrappolato. Si limita a difendersene richiamando il paziente al rispetto della regola. La reazione di Van Nypelseer può parere persino eccessiva: “Qui ci si incammina per una strada pericolosa…Qui va a finir male…” ripete il dottore come certe madri schizofrenogene o semplicemente ansiose che inconsciamente suggeriscono ai figli i pericoli che credono di voler scongiurare. Al punto che ci si potrebbe chiedere se il dialogo dei due non sembri tanto tragicomico anche per questo. Quantunque l’infrazione della regola sia da addebitarsi al suo paziente, l’analista col suo speciale silenzio forse passa a sua volta all’atto nel senso che abbandona anche lui il registro della parola. Tanto più che l’azione di Abrahams è davvero speciale: imporre un registratore è un atto che ha ancora molto a che fare col parlare e l’ascoltare

 

Stando a Lacan di passare all’atto sarebbe capitato allo stesso Freud in un caso del 1920, quello della giovinetta omosessuale suicida. Dopo che la ragazza si era lasciata cadere dal ponte di un trenino che attraversava Vienna, Freud la lasciò cadere a sua volta abbandonando presto il caso. E mandandola (“per motivi evidenti” scrive) da un’analista donna. Passaggio all’atto in cui Freud non coglie, secondo Lacan, un appello molto simile ad una dichiarazione d’amore, e che esprime, per Francoise Dolto, un implicito disprezzo della femminilità. Conta però che, se Lacan avesse ragione, l’accaduto non direbbe nulla contro La Psicanalisi, nel senso in cui potrebbero orientarsi anche nel caso di Abrahams i collezionisti di universalizzazioni, alla uscita del teatro. La riflessione su un passaggio all’atto del padre della psicoanalisi contribuisce semplicemente all’elaborazione di una dottrina basata appunto sul working through. Del resto è anche a nome di Freud che Frieda Fromm-Reichmann poté pronunciare una delle più belle interpretazioni di una minaccia di passaggio all’atto della storia della psichiatria allotrché rispose ad una paziente psicotica che minacciava di suicidarsi: “Faccia come vuole, però... glielo dico chiaro: se Lei si ammazza, io non vorrò assolutamente più a che fare con Lei. Non le darò altre sedute”. Geniale. Il ché dimostra non solo che l’interpretazione non deve avere necessariamente l’aspetto di una interpretazione ma anche che il talento e la personalità del terapeuta non coincidono sempre nello stesso modo con gli strumenti tecnici e teorici che ha accademizzato con i suoi colleghi di corso.
Perciò attenzione anche nel sorridere del dr. Van Nypelseer.

Ne l’uomo col magnetofono non si fronteggiano Grandi Metafore del nuovo secolo, quali Lo Schiavo Liberato alle prese col Ricco Mercante nel Deserto, o viceversa, l’Oscurantismo che cerca di sabotare la Luce Elettrica. Tanto più che nessuna operazione drammaturgica li ha partoriti, Abrahams e Van Nypelseer non sono emblematici che di sé stessi. Va precisato, dati i tempi, che questo dramma in un atto con grida d’aiuto non è un Ballo Excelsior dove la buona Psichiatria Democratica fa un pass de deux con la cattiva Psicoanalisi del Sistema. 
Anche ammettendo che quel che si rappresenta al Flaiano non sia che un caso clinico, le difficoltà permangono e pure il carattere stimolante del documento. Da questo frammento rubato da Abrahams non si può concludere niente ma si può capire molto. Impossibile seguire la regola di Karl Kraus: “Nei casi dubbi ci si decida per il giusto”. Manca il peso dell’analisi che precede la rottura, per poter assegnare la parte dell’eroe, parte che qualcuno chiamerebbe di vittima. A causa del silenzio del dr. Van Nypelseer la richiesta di Abrahams non viene né soddisfatta né interpretata. Ma credere che questo desiderio inesaudito non significhi niente sarebbe altrettanto sciocco che prendere l’analista per un’analista malvagio. Il dottore di Abrahams non è un analista cattivo ma un cattivo analista. Metterlo in scena a teatro è peggio che metterlo in prigione. Col registratore Abrahams introduce un elemento ternario nella dualità del rapporto, dei testimoni ed è grazie al registratore che questa seduta rimbomba oggi davanti a noi dopo tanti anni. 

Di certo sappiamo che Abrahams non ha potuto riprodurre a volontà la parola del suo analista ma solo riascoltare le sue urla. Il teatro oggi ritorna sulla richiesta di Abrahams e la riproduce per trenta repliche al Flaiano con la regia Mario Ricci e l'interpretazione di Luigi Vnnucchi. Putroppo per noi, come per l’autore di questo dramma con grida d’aiuto, quel che ha danneggiato il paziente da bambino resta fuori scena. Si potrebbe iniziare la terapia da questo punto.

Ha funzionato il magnetofono di Abrahams? Molto ma non del tutto. Comunque bravo! Gli vogliamo bene.

 

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