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ATTI DELLO PSICODRAMMA 5

 

primo

 

PAUL LEMOINE Per una teoria psicoanalitica dello psicodramma
 

Dai congressi di psicodramma, in cui si vilipendiava la psicoanalisi, all'ultimo congresso di Zurigo in cui si ritenne necessario l'ascolto psicoanalitico, quanta strada si è fatta!. In ambiente francese tuttavia fin dall'inizio si dedicarono allo psicodramma persone di formazione psicoanalitica. Anche la nostra teoria -quella della SEPT (Société d'Etudes du Psychodrame Pratique et Théorique) - è basata sulla psicoanalisi. Tuttavia, lo psicodramma mantiene una dimensione specifica: il discorso del gruppo, la messa in gioco dello sguardo, la rappresentazione drammatica e la sua incidenza sulla guarigione rappresentano altrettanti concetti originali.

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GENNIE LEMOINE "II gioco": Giocare-godere
 

Alcune considerazioni per iniziare. Nella democrazia ateniese, come nota Clavreul nel suo ultimo lavoro, la malattia interessa la collettività, il cittadino paga una tassa, lo ίατρόν, che serve a pagare il medico. Noi, dal canto nostro, avevamo scritto ne Lo psicodramma che il N'Doep senegalese era una terapia socio-religiosa, volta a reintegrare l'individuo malato nel proprio gruppo sociale. Questo riferimento al N'Doep aveva la sua ragion d'essere: suppone che il malato è l'individuo che si separa dal gruppo forse proprio perché egli vuole che la sua persona resti indivisa. Il sintomo più generale consisterebbe proprio in questo movimento di ritiro e di allontanamento rispetto al gruppo, movimento che potremmo chia¬mare a tutta prima 'individualismo', se non fosse stato già battezzato, in termini medici, almeno nella sua forma patologica estrema, 'schizofrenia' — e, in un registro completamente diverso, 'sindrome ossessiva'. Non metto le due definizioni sullo stesso piano.

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PAUL LEMOINE Psicodramma e psicoanalisi
 

Tra psicodramma e psicoanalisi tutto è diverso a causa dello sguardo: in effetti la presenza o l'assenza dello sguardo provocano una diversa dinamica della cura, e un diverso discorso. Senza dubbio l'altro del discorso è là per ratificare il dialogo che intrattengo con me stesso. Ma non parlo nello stesso modo in analisi ed in psicodramma; la logica del mio discorso è diversa nei due casi. E ciò attiene allo sguardo. In psicodramma, sotto lo sguardo altrui, non mi vedo, per il fatto che questo sguardo fa precipitare la mia risposta. In analisi il tempo per comprendere non è lo stesso, in quanto nessuno sguardo mi serve da punto di riferimento, salvo a guardare me stesso, cioè a non vedermi e a supplire a questa cecità diventando per me stesso il soggetto del mio fantasma.

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PAUL LEMOINE Lo psicodramma come "passe"
 

Già da tempo sono stata colpita dal fatto —e abbiamo avuto diverse volte occasione di farlo notare quando c'erano da dare indicazioni — che molto spesso degli analisti venivano a chiederci di partecipare a dei gruppi per "liquidare", dicevano, la loro analisi. È evidente che così esprimevano il bisogno di qualcosa che poi e d'altra parte è stato designato con passe (passaggio). Ciò mi ha portato a considerare lo psicodramma come luogo di passaggio, se non de la passe, dato che il termine la passe ostato inventato da Lacan ed istituzionalizzato all’Ecole Freudienne. Non è vietato rico-noscergli altri luoghi possibili oltre al luogo previsto all'Ecole stessa. Avviene della passe ciò che è avvenuto dell'Analisi: quella inventata da Lacan è solo la fecalizzazione e la ricreazione di fenomeni che avvengono anche altrove. Così Lacan può dire: "Se c'è stato uno che non ha mai smesso di passare la passe, quello sono io". Anche Freud aveva espresso questo bisogno di fare la passe, ante litteram, prendendo Férenczi come passeur a quanto dice Diane Chauvelot (a Deauville), e Férenczi si è rilevato incapace di sostenere questa domanda del maestro.

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GENNIE LEMOINE Le scene Fabulate
 

Vorremmo parlare delle scene propriamente proiettive, quelle che chiamiamo "fabulate" perché non hanno mai avuto luogo ma vengono solo immaginate per il puro godimento. Le evitiamo nei limiti del possibile. Non le abbiamo però sempre scartate. Ci sembrava giusto lasciare che il soggetto fantasticasse a sazietà. Ma la pratica psicodrammatica ci ha insegnato che l'unico profitto che questi ne traeva era un'immensa soddisfazione, credendo di potersi vantare, inoltre, dell'autorizzazione della complicità di uno dei terapeuti.
Il caso di Marta Per esempio, Marta, una giovane donna che nutre per la madre un odio implacabile (senz'altro per buone ragioni, ma questo non ci interessa qui) aveva sempre sognato di gridare tutto il suo odio in faccia a questa madre aborrita, ma non aveva mai osato farlo. Perché? Madre di famiglia a sua volta, autonoma e matura, avrebbe potuto ora parlare. Perché non parla?

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PAUL LEMOINE La femminilità come mascherata
 

Ho scelto, per parlare dell'apparenza femminile, il titolo che Joan Rivière aveva dato, nelle discussioni degli anni 1928-30 in Inghilterra, al suo articolo sulla femminilità. Si tratta più di ciò che si nasconde dietro la maschera che della maschera femminile — della mascherata della donna con i suoi trucchi e abiti —, si trattava, in una parola, della sua mascolinità. La maschera servirebbe ad evitare la vendetta dell'uomo, a dissimulare la sua profonda aspirazione al dominio. Il che vuol dire adottare qui un punto di vista che afferma il primato del fallo, e senza alcun dubbio ognuno aspira a possederlo. Ma è anche trascurare ciò che la femminilità ha di specifico, così come ci indica la clinica. Esporrò brevemente il punto di vista di Joan Rivière. Vi apporterò, subito dopo, una modifica: la mascherata non è soltanto una difesa, è la conseguenza dell'Edipo femminile

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GENNIE LEMOINE Mascherata femminile - Parata maschile
 

La donna si fa passare per ciò che non è, l'uomo fa mostra di ciò che non ha. Mascherata per parata. Che significa la prima proposizione?

1) Mascherata femminile

Significa: vuoi un po' di Donna con la maiuscola, cioè un po' di Femminilità, te ne do. Vuoi dei seni, natiche, la madre, un po' di mistero, un po' di debolezza, comprensione e bellezza, ebbene eccotene, da vendere. Non sarò egoista, non sarò forte: sarò il dono fatto donna, sarò maldestra, persino fragile: un nulla mi farà svenire, morire. Ma soprattutto non sarò mai più forte di te, te lo giuro. Questa è la prosopopea della femminilità, non dico delle donne. Per provare fino a che punto è vero, le donne divengono veramente futili; si coprono di belletto e di piume, si agitano come uccelli in uccelliera come nel film di Fellini, ricordato da Montrelay, "Giulietta degli spiriti". Arrivano fino al punto di tagliare l'eccedente, come prova la moda della chirurgia plastica. Essere belle è fare in modo che nulla ecceda, che non si veda nulla, se non ciò che si vuole dare a vedere (come si dice dare ad intendere... ciò che non è).

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PAUL LEMOINE Bisessualità e psicodramma
 

L'identificazione di un uomo o di una donna con il proprio sesso anatomico non sembra essere ovvia. L'inversione è una fase normale dell'evoluzione edipica, si appoggia sulla bisessualità dell'essere umano. Nella fase fallica, dice Jones, l'inversione costituisce una difesa contro la minaccia di castrazione. Sta di fatto che questa difesa si liquida male e lascia tracce nell'adulto. Che cos'è questa inversione? Mentre i moti teneri del figlio verso il padre provocano la sua femminilizzazione, il desiderio del pene della bambina fa sì che in questo stadio la bambina si identifichi con l'uomo. Parlare di difesa equivale a far riferimento alla teoria di Jones. Per Freud la virilità è primaria nei due sessi, ed è rinunciando ad essere uomo che la bambina entra nella fase fallica. La sua virilità scompare secondo una pendenza che la fa scivolare simbolicamente dal pene al bambino. Per Jones e la scuola inglese degli anni 1928-1930, la fase fallica è una difesa, la repressione del comportamento eterosessuale identico nei due sessi sarebbe volta a preservare l'integrità degli organi sessuali.

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PAUL LEMOINE La privazione femminile
 

Esiste un unico sesso, il sesso maschile, affermava Freud nel 1905 nei Tre saggi sulla teoria della sessualità. "Con riguardo alle manifestazioni autoerotiche e masturbatorie, si potrebbe affermare che la sessualità delle bambine ha un carattere assolutamente maschile. Anzi, se si sapesse dare ai concetti 'maschile' e 'femminile' un contenuto più determinato si po¬trebbe nche sostenere la tesi che la libido è, come regola e legge, di natura maschile, sia che si presenti nell'uomo o nella donna, a prescindere dal suo oggetto, sia quest'ultimo uomo o donna" (S. Freud, Tre saggi sulla teoria della sessualità, in Opere, voi. V, p. 525). Questa prevalenza del pene o di ciò che nella bambina lo sostituisce è confermata dallo scritto del 1923 L'organizzazione genitale infantile: "c’è bensì una mascolinità, ma non una femminilità; i termini dell'antitesi sono il possesso di un genitale maschile da un lato e l'esser evirati dall'altro" (S. Freud, Opere, Vol. IX, p. 567).

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PAUL LEMOINE Lo psicodramma e la castrazione
 

Ero stato colpito, durante uno stage estivo da Jacques Lecoq, dall'importanza da lui attribuita al fatto che gli allievi scoprissero il proprio clown. Trovare il proprio clown, scrive Mireille Gaussot, significa trovare la propria ridicolaggine. Con la maschera e la contromaschera che ci aveva presentato nella precedente Giornata di Studio eravamo ancora a teatro; anche se le parole erano assenti, il soggetto era la rappresentazione teatrale. Con il clown siamo al circo: l'unico soggetto che attira la nostra attenzione è l'atto re. Al circo l'attore rischia la vita. Senz'altro non il clown. Ma il suo personaggio partecipa della minaccia di morte. È il personaggio comico, che fa ridere così come si ride ai funerali per far cessare una tensione. Non dice, come l'attore, la verità sul tragico, ci mostra la sua verità: la sua solitudine di fronte alla paura e alla morte.

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PAUL LEMOINE Lo psicodramma e il punto cieco
 

Non è una semplice metafora parlare di punto cieco: in psicodramma si assiste ad un avvenimento o piuttosto alla sua rappresentazione, e non al semplice racconto di ciò che è avvenuto. Si rappresenta la scena o la consultazione nel caso di terapeuti e sono i testimoni a mostrare al partecipante in cosa egli è cieco. Gli altri vedono ciò che egli non percepisce. Così lo psicodramma suscita da parte dei testimoni — membri del gruppo e terapeuti — l'analisi delle ripetizioni e la rivelazione delle cose viste. Tratteremo qui solo questo aspetto di rivelazione: che si tratti dei medici nei gruppi di supervisione in cui il terapeuta scopre ciò che non aveva visto nel suo paziente, o dei gruppi di medici in cui lo psichiatra o l'internista si rende conto che ciò che non aveva visto nel paziente era proprio se stesso. Limitandoci alla rivelazione del punto cieco, isoliamo qui uno dei motori terapeutici essenziali: la rappresentazione.

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PAUL LEMOINE La domanda e il desiderio
 

In psicodramma la distinzione lacaniana di domanda e desiderio ci si impone in forza dell'esperienza: la risposta alla domanda da i suoi frutti solo se l'analisi del desiderio la precede. È mediante l'analisi della libido, cioè del desiderio sessuale, che si giunge in effetti al riconoscimento della pulsione inconscia che sottende ogni domanda, e persino, come vedremo, la più banale domanda di aiuto. Il nostro studio prenderà in considerazione la distinzione tra domanda e desiderio a proposito di esempi tratti dalla pratica dello psicodramma. In un primo esempio clinico dimostriamo come, in psicodramma, si sia risposto ad una domanda di aiuto di una paziente con l'analisi del suo desiderio.

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PAUL LEMOINE L'affetto
 

"L'osservazione clinica... ci mostra che accanto alla rappresentazione entra in gioco un altro elemento, che pure rappresenta la pulsione e che può incorrere in una rimozione del tutto diversa da quella della rappresentazione. Per designare quest'altro elemento della rappresentazione psichica si è imposto il termine di ammontare affettivo, esso corrisponde alla pulsione nella misura in cui quest'ultima si è staccata dalla rappresen¬tazione e trova un modo di esprimersi proporzionato al suo valore quantitativo in processi che vengono avvertiti sensitivamente come affetti". Così si esprime Freud nel suo articolo sulla rimozione. Se dunque, l'affetto può subire un destino diverso dalla rappresentazione (oggi parleremmo del suo rappresentante, il Significante), non necessariamente subisce questo destino, dato che molto spesso l'affetto rimane collegato al significante.

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PAUL LEMOINE Lo psicodramma e la sua funzione di lutto
 

Mi resi conto per caso, una decina di anni fa, della funzione risolutiva del lutto propria dello psicodramma. Il soggetto aveva perduto il padre molti mesi prima, e, da allora era rimasto di umor nero, depresso. È vero che ne aveva desiderato la morte da sempre. Un gioco lo liberò. Durante la scena con il padre la sua partecipazione emotiva era stata intensa e gli fu necessario molto tempo per recuperare la calma. Il che, senza dubbio, fece di questa rappresentazione una cosa diversa da una peripezia immaginaria: un atto essenziale. Mi è stato necessario un periodo di tempo molto lungo per comprendere che erano state le parole dell'io ausiliare che, indotto dal protagonista, avevano agito in questo modo. Il suo discorso mi era sembrato banale, ma era la parola pacificatrice che il soggetto attendeva. Compresi allora che il transfert soprattutto aveva agito. Ora che era troppo tardi, il paziente attendeva da una persona diversa dal padre delle parole o un gesto di liberazione. Non per amare il morto, ma per rimettere in carreggiata il proprio discorso, per ritrovarvi il suo posto di figlio.

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